Feb 4, 2018

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Il cippo dei Curatores riparum et alvei Tiberis di Ostia antica

Il cippo dei Curatores riparum et alvei Tiberis di Ostia antica

Chi ben conosce le campagne di Ostia antica avrà certamente dedicato almeno un pomeriggio a una salutare passeggiata lungo le vie sterrate che, a sinistra degli scavi, costeggiano la tenuta degli Aldobrandini. Proprio in corrispondenza di un bivio a poche decine di metri dal viale che conduce alla proprietà di questi ultimi, il passante si imbatte in due grossi cippi di pietra consunti e ingrigiti dal tempo. Fin qui nulla di straordinario, se non fosse che uno dei massi (quello che tuttora si regge in posizione eretta) presenta sulla facciata un’iscrizione latina antichissima, molto deteriorata ma ancora leggibile, nonostante le parti mutile. Si tratta di una nuova scoperta? No, in questo caso l’iscrizione è nota ed inserita nel CIL (14), oltre che nell’archivio epigrafico elettronico EAGLE, consultabile online:

C(aius) Antistius C(ai) f(ilius) C(ai) n(epos) Vetus, C(aius) Valerius L(uci) f(ilius) Flacc(us) Tanur(ianus), P(ublius) Vergilius M(arci) f(ilius) Pontian(us), P(ublius) Catienus P(ubli) f(ilius) Sabinus, Ti(berius) Vergilius Ti(beri) f(ilius) Rufus, curatores riparum et alvei Tiberis ex s(enatus) c(onsulto) terminaver(unt) r(ecto) r(igore) l(ongum) p(edes)

L’epigrafe ci riporta magicamente indietro nel tempo, presentandoci una carica istituita nei primi tempi dell’Impero (sotto Augusto -a parere di Svetonio, Le vite dei Cesari – Augusto, 37- o sotto Tiberio -volendo seguire Dione Cassio, Historia Romana 57.14): la curatela dell’alveo e delle rive del Tevere. Tale cura, insieme alle altre tre inizialmente istituite (aquarum, viarum, operum locorumque publicorum) era riservata a membri di rango senatorio, a differenza delle procuratele riservate al ceto equestre o a liberti entrati nelle grazie dell’Imperatore. I principali compiti di questi magistrati consistevano nella direzione delle opere di pulizia e manutenzione del letto del Tevere (allo scopo di prevenire i disastrosi effetti delle alluvioni), ma anche nella prevenzione degli abusivismi, nella delimitazione/controllo delle rive e, in seguito, anche della rete fognaria, che confluiva appunto nel fiume.
All’epoca di Tiberio la carica era collegiale, essendo composta da un consularis e da quattro “assessori” di rango senatorio, esattamente come nella nostra iscrizione! La Paulys Real-Encyclopadie e gli altri strumenti prosopografici a disposizione degli “addetti ai lavori” ci permettono ci scoprire l’identità dei cinque personaggi. In particolare, incrociando i dati relativi a C. Antistius Vetus e P. Catienus Sabinus, è possibile ipotizzare una datazione abbastanza precisa: il primo magistrato è infatti il consularis (Gaio Antistio Vetere, pronipote del famoso generale che combatté nel 25 a.C. con successo contro i Cantabri, fu consul suffectus nel 23 d.C., così come suo padre e suo nonno sotto Augusto). La data del consolato di C. Antistio è dunque un termine post quem per la nostra iscrizione. Il termine ante quem (37 d.C.) può essere stabilito sulla base della considerazione (R.J.A. Talbert) che i cippi successivi a Tiberio non recano più la dicitura “ex senatus consulto”, ma “ex auctoritate” del relativo imperatore. M. Corbier e J. Le Gall si spingono oltre, sulla base delle notizie note sul cursus honorum di Publio Catieno Sabino, messo a confronto con il cursus di un altro personaggio di nome L. Funisulanus Vettonianus. A loro avviso la posizione di “assessore” nella curatela del Tevere andrebbe collocata nelle magistrature di rango pretorio, ma prima del proconsolato: il prestigio derivante dal governo di una Provincia parrebbe infatti escludere che una carica di minor conto, come la curatela del Tevere, sia stata assunta da P. Catieno Sabino successivamente al proconsolato. Pertanto, a loro avviso, è da collocare nel 24. d.C. o poco dopo.
Chiusa questa affascinante parentesi “tecnica” di indagine storico-epigrafica, ci auguriamo che il cippo possa subire una sorte migliore ed essere quantomeno preservato dalle intemperie, affinché i nomi di C. Antistio e P. Catieno non siano cancellati dall’acqua e dal vento, dopo essere rimasti per due millenni lì dove gli stessi curatores avevano voluto porre un segno duraturo del loro operato.

Mauro Greco

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